Innamorata dell’amore

Sono giunta alla conclusione di essere un’inguaribile romantica. Quando la persona che accompagnava le mie giornata mi accusò di essere innamorata dell’idea dell’amore e non dell’innamorato ho sentito una forte sensazione di dispiacere. Come se i miei sentimenti fossero in qualche modo stati offesi da una sentenza sputata di getto come farebbe un lama per abitudine. In realtà ho maturato, col passare dei giorni, una reazione diversa all’affermazione, accettando l’idea che, forse, sia l’amore a farmi innamorare. In fondo non credo sia ritenuto penalmente punibile essere affetta da questo tipo di patologia, resta da capire quanto questo possa convivere con l’amore che ti offrono gli altri e che a loro volta, si aspettano ritorni con la stessa intensità di un boomerang.

Ogni persona citata, menzionata, pensata e descritta rimarrà nell’anonimato (o sotto falso nome) perché la curiosità alimenta il sapere. Oltre al fatto che violerei probabilmente la sua privacy e riceverei una grande sparata a fare in culo. Non ho un’età tale da poter dire di aver vissuto molto, tuttavia, ritengo di aver vissuto abbastanza da aver qualcosa da raccontare. Sono una di quelle persone a cui piace scrivere le parole con i ricciolini sulle vocali, inserire la punteggiatura per respirare e mangiare biscotti ed illusioni per colazione.

Mi rimane, ovviamente, tutto sullo stomaco.

Ma, in fondo, chi di noi non è un po’ sadico verso se stesso? Ci sono individui che monitorano gli accessi dell’amato con la stessa attenzione con cui un cardiopatico controlla l’ecocardiografia  più recente. Non credo di avere un problema troppo grave considerando la varietà o avaria (?) del mondo che ci circonda. Amare mi rende consapevolmente felice. Ho inviato fiori perfino in Polonia. Vi garantisco che accordarsi con un fiorista in età pensionabile sulla tipologia di gambo da inserire amorevolmente è stata un’impresa titanica tanto quanto lo fu per Omero la scrittura di boiate astronomiche sul povero Ulisse. Ho scritto di getto, di pancia, di culo, una valanga di lettere. Alcune spedite, altre nel cassetto, altre nella mente. Ne ho spedite tante in via Trento numero 22. Vi basti sapere che questo è un indirizzo inflazionato a sufficienza, se a qualcuno venisse mai il desiderio repentino di scriverne una.

22 Marzo 2016

“Ho lettere cominciate. Non te le ho mai spedite. Una sorta di diario di viaggio. Non te le ho mai inviate al solito indirizzo perché a me le cose piacciono con il sigillo. Con la firma. Chiuso. Piego la pagina. La guardo. E’ finita. Da due giorni parliamo di sesso, precisamente da quando mi hai spiegato la storia del gondoliere. Scusa l’assenza, ho avuto poco tempo, la mente stanca. Avrei scritto parole. Sterili. Cosa sono le parole? Le parole sono solo parole. Non cantare la canzone. Posso scrivere la poesia più romantica del mondo seduta sul water in uno stato di estrema concentrazione per partorire lo stronzo più verosimile al concetto di stronzo. Jovanotti aveva capito perfettamente cosa sono le lettere d’amore. Un antidolorifico magnifico. Resti malato. Ti passa la febbre e poi muori d’infarto. Ti posso sollevare dalle fatiche quotidiane? Ti posso egoisticamente rubare 10 anni di vita dicendoti che sei l’uomo che voglio vicino? Restano comunque bellissime, magnifiche, stupende ma vuote parole. Sono stampi. Sono impronte nugali. Io amo le parole. Le parole intrinsecamente contengono un grado di responsabilità bassissimo. Le promesse sono solo parole promesse. Le bugie sono parole false. Le verità sono parole vere. Dire di amarti vale tanto quanto uno sterco di vacca. Fino a quando le grandi nazioni non muoveranno guerre in nome dello sterco di vacca credo che non considererò mai la possibilità di dirti le parole più deprezzate della terra. Sono due parole che ti fanno sentire bene perché qualcuno ti ha insegnato che dirlo è una cosa bella. Figuriamoci sentirselo dire. Dovresti sentirti lusingato. Posso scrivere la poesia più bella del mondo scopandomi un cinghiale. Potrei per tutti i motivi che ti ho elencato terminare di scriverti stronzate. Ho molte cose da raccontarti. Se ti scrivessi un messaggio non otterrei il famoso colpo di scena. Il pensiero viene digitato e stampato. Basti pensare che di per sé le parole sono limitate e limitanti, pensa a quanto poco ne rimane se devono superare le famose barriere all’entrata. Considerando che poi, io voglio essere responsabile di quello che dico e non di quello che capisci…. beh….. la faccenda diventa piuttosto complicata. Un telefono senza fili. Dico cane e capisci pane. Lo sai che le rime dimostrano la mia povertà intellettuale. Alle elementari mi fecero imparare solo il giro giro tondo. Da quel momento so comporre solo la rima fame-salame, che a dirla tutta, è eccezionalmente coerente. Molte persone con le quali abbiamo avuto a che fare, purtroppo, non possono astenersi dall’essere considerate soggetti esecrabili. Ora, se non sai cosa significa esecrabile ti devi affidare al famoso sesto senso. Quello che ti farebbe lanciare dal settimo piano di un grattacielo se la persona che amassi ti dicesse che si può volare solo sbattendo le braccia e urlando chicchiricchi. Vale solo se lo urli forte a 100000 decibel. Altrimenti è il caso tu scelga già da ora la tipologia di veglia funebre. D……Tu sei un gondoliere. Tu vai oltre alle parole. Vedo Mario tutti i giorni. Mi chiede di te. Rispondo sempre che fai sei pasti al giorno perché questa è la dieta giusta per dimagrire. Io ci ho provato a fare sei pasti per dimagrire, alla fine ho perso solo la pazienza. Sei chili d’amore. Certo che la tua è davvero una dieta di merda. Non ti baleni mai in testa l’idea di fare il dietologo, saresti un morto di fame. Che simpatico ossimoro. Questa mattina ho incontrato Mario. Sai già che è uno stronzo assassino. Quando sono entrata in ufficio Cocciante cantava “Se stiamo insieme”. Mi arriva un messaggio. Sei tu: Ciao amore mio”.

Sei davvero uno stalliere.

A volte, però, sei pure un gondoliere.

 

Ps. I love you.”

 

Questa lettera è stata rispedita al mittente. Non tutte le storie hanno un lieto fine.

Ahimè, questa, è una di esse.

 

Per stasera è tutto.

Lavaggio a 60 gradi 

Questa è una di quelle sere in cui vorrei chiamarmi Consuelo. Potrebbe all’apparenza sembrare un nome da meretrice, e di fatto lo è pure, la maggior parte delle Consuelo che conosco si è fatta sbobinare da svariati uccelli, anzi stormi per l’esattezza. Mi scuso per l’ignoranza verso la fauna in questione, per ora potrei citare solo il piccione. La rondinella è troppo innocente, e quella non è portatrice di stereotipo alcuno perché non fa mai primavera, e ancora non ho ben capito il perché. Questa sera, ahimè, è una tra le serate più tristi dell’anno. Siamo a metà, e questa non è affatto una magra consolazione. Oggi in realtà, ho pianto lacrime di gioia. Stasera sono china su qualche libro in attesa della stessa illuminazione che convinse Leopardi a scrivere grandi liriche inneggianti al suicidio di massa. Mi sa che la lampadina, purtroppo sì è bruciata. Avrei voglia di cantare una canzone, ho scoperto poco fa di aver perso le cuffie. È proprio vero che quando pensi di aver concluso una giornata di merda, cadi dallo scalino di 15 centimetri e ti rompi la tibia. Era l’unico arto che mi è accorso. Pietà anche per la mia ignoranza verso il corpo umano. Ad oggi sono rimasta alle vecchie dicerie in cui si vociferava fossimo fatti di pochi organi vitali. Ecco perché mi basta mangiare per intuire di avere un intestino, sedermi su un water per comprendere che non tutto ciò che entra può rimanere, e dormire per evitare lo scalino alto quanto una scoreggia. In fondo credo si possa ridurre tutto a queste tre azioni. Mi sono già ampiamente dilungata sulla teoria di Feuerbach sul cibo, la diarrea et simili l’ho citata più volte, mi resterebbe da trattare l’argomento dormire oppure la tematica gradino. Nessuna delle due credo sia sufficientemente interessante da essere trattata con cotanta euforia. Esistono sere, come questa, in qui sento di vivere in una città che non è la mia. Cerco un posto in cui rifugiarmi e mi rendo conto che sono lontana anni luce da quelle amicizie e che mi hanno cresciuta a suon di patatine e sigarette furtive. L’unico posto in cui poter stare tranquilli a riflettere sulla propria esistenza rimane una lavanderia ubicata sull’angolo di una rotonda (quale attenta contraddizione, lo so….. l’ingeniere civile non è annoverato tra gli annali). Si entra, senza vestiti da lavare e si rimane fermi inermi come degli ebeti in coma farmacologico a fissare un oblò che gira a random e dopo un po’ genera un’ansia da prestazione. Ho pensato che forse sarebbe il caso di provare il lavaggio numero 2, sono zozza come un indiano. Il 2 è quello per i delicati, non vorrei mai che i miei capelli si sfibrassero. Dopo qualche minuto stavo per vomitare e l’unico buco a mia disposizione era qualcosa di simile ad un buco di culo, che a differenza del mio, aveva un moto perpetuo. Chi soffre di meteorismo si avvicina ad una lavatrice, la differenza sta solo nell’odore ma nulla di importante. Sono uscita insoddisfatta di un’esperienza che in realtà, mi ha fatto ricordare di indossare le stesse mutande da più di 12 ore. Il che, potreste pensare, è tremendo, ed avreste ragione senz’ombra di dubbio. Ho fumato un camion di sigarette, ad un certo punto, in preda ad una crisi polmonare ho pensato fosse il caso di smettere. Sono tornata in una casa triste, ed in solitudine sto attendendo che qualcuno sostituisca la vecchia lampada con un led superfico di nuova generazione. La stessa agitazione che comprometteva la sanità mentale degli individui che dal tubo catodico sono passati al full HD senza alcuna via di mezzo. Ho le chiappe luride appiccicate ad una poltrona in pelle e non riesco a capire dove inizio io e finisca il divano. La canzone non faceva proprio così ma le parodie sono sempre meglio degli originali. Cerco di scollarmi e con cautela mi infilo in lavatrice. Per favore, accendetemi la luce che non sono brava a nascondino.

Un

Due

Tre

Stella

Era forse un altro gioco?

Pollice Verde

Torniamo dopo mesi a rivisitare questo posto triste. Anche se sta iniziando la stagione delle pesche e degli amori adolescenziali, sento di essere un albero spoglio, esiste un modo per invertire il processo clorofilliano ed appassire in primavera? Vorrei tanto essere una pianta grassa, una di quelle ciccione, che non esegue trattamenti estetici per inestetismi di vario tipo, un po’ troppo inflazionati tra le appassionate di cellule adipose. Vorrei tanto essere una pianta grassa, una di quelle che non ha bisogno di acqua, di sole, che vive in eterno in modo autosufficiente, bastando a se stessa solo per il fatto di vivere e generare ossigeno per idioti che la comprano o regalano proprio perché l’impegno nel prendersene cura equivale allo sforzo sostenuto per defecare giusto nel momento postumo alla sigaretta del tipico caffè. In pratica na cacata. Se potessi scegliere, oggi, di essere un sempreverde, non vorrei colori,foglie o padroni. Non vorrei nemmeno essere troppo grande, le piante giganti si mettono vicino alla televisione. Vorrei essere una piccola forma vivente da vasetto,con qualche spina per la difesa dai rompicoglioni, che a quelli madre natura ha garantito qualche vitalizio di troppo. Vorrei un po’ di ombra per riposare, ed un po’ di sole per compensare l’attività fisica che non potrei fare. Qualche raggio, però, non troppi…. essere un sempreverde non deve essere facile, chissà se hanno inventato creme antirughe a lungo termine. Accetto consigli, eventualmente. Vorrei uno spazio mediocre, non troppo piccolo, non troppo grande, uno spazio giusto per potermi bastare. Non vorrei vicini di casa, sia mai che ti capiti l’orchidea prima donna, me la immagino già finché fa l’ama non m’ama con i suoi pretendenti fittizi, perché in fondo, ci sono solo due poveri coglioni nella stanza, lascio ovviamente a voi immaginare di chi si tratta. L’alternativa è socializzare con una rosa recisa che vive di media il tempo di una scoreggia, o peggio ancora trovarsi accanto ad un crisantemo, per questo scelgo di essere un sempreverde. Non sopporto nemmeno il girasole, quello è uno che è fissato con le creme abbronzanti. Io voglio solo essere un’eterna, felice, pianta grassa ed in sovrappeso. Ho sentito certamente persone avere richiese indubbiamente più pretenziose. Mi piacerebbe una solitudine gratificante, avere la possibilità di  autogenerare principi nutritivi, cosicché nessuno debba prendersi cura di me. Mi piacerebbe non aspettare che qualcuno si ricordi di farmi bere per sopravvivere, o di parlarmi, per farmi crescere in alto. Mi piacerebbe non assistere al mio funerale nel momento in cui appassiró  e verrò ritirata il secondo giovedì del mese dallo spazzino. Mi piacerebbe rendere felice qualcuno che non mi staccherà mai nemmeno un petalo, fosse quello più brutto della cornice. Molte volte, credo di essere io stessa l’unico essere in grado di rendermi felice. Sì, ne sono quasi convinta. Affidare la propria felicità, anche solo una briciola, in mani diverse dalle proprie equivale a scegliere la peggiore delle torture immaginabili verso lo scroto maschile. Non è sufficiente pensare ad un violento calcio con rincorsa giusto in mezzo ai due coglioni, che in fondo, poveretti, se ne stavano buoni buoni nella loro microsauna. Ebbene no, non vorrei concedere a nessuno la possibilità di rendermi felice, perché poi, alla fine, si rivela tutto una grande delusione. Le speranze appassiscono, e non viene loro concessa nemmeno la triste possibilità del riciclo: dritte dritte nel cesso e via, sciacquone, tutto passa, tutto convoglia nella fogna acquifera delle illusioni mai realizzate, ma sempre disilluse. Allora tanto vale vivere in sovrappeso senza aspettare la carezza di qualcuno che ti ciccolerá solo fino a quando non arriverà l’autunno. Poi chi te se caga. Arriverà anche l’inverno, e lì, trema fiore reciso, non dal freddo ahimè. La verità è che tutti prima o poi finiremo nel bidone di qualcuno, è davvero troppo difficile prendersi cura delle persone, figuriamoci delle piante. Che mi frega a me dell’orchidea. Rinascerò cactus, una forma fallica in fondo non sta male sulle teste di cazzo. Per ora sto aspettando uno spazzino in primavera. È così che funziona quando sogni in grande gli unicorni blu ma alla fine sei solo la solita beota. Cercherò di farmi crescere il pollice verde, ed i denti davanti già che sono per strada. Ripartono le danze caotiche delle anime tristi, come la mia. Chissà se esiste qualcuno su questo pianeta, in grado di farti sentire una rosa anche quando sei un cactus, che comunque, nella sua discrezione, non rompe le palle a nessuno.

Lasciate ogni speranza, oh voi che rientrate.

Lo spionaggio

Questa sera voglio condividere con voi un’esperienza decisamente alternativa. Ho deciso di vivere il venerdì sera come se sostanzialmente non fossi esistita. Qualcuno di voi, qualche articolo fa, mi consigliò di cercare l’amore, ormai raro quanto l’ichnusaite sarda, in un parcheggio. Io ho pensato scrupolosamente a quale fosse il mio parcheggio preferito. Mi sono preparata come se stessi partecipando ad una cena di gala con un magistrato in potenziale decollo e sono partita dritta verso la meta tanto agognata : il famoso parcheggio dell’amore. A questo punto mi sento in dovere di inserire una considerazione sul genere femminile. Noi donne, e qui rivelo il sesso di Virginia, nonostante non fosse un mistero così oscuro, siamo tremendamente malefiche. La curiosità che pervade il nostro spirito, spesso condita da forti dosi di ansia ed agitazione, ci spinge a fare cose al limite del legale. Quando riceviamo un duro addio inaspettato, indesiderato e non sperato si scatena nelle viscere il forte desiderio di scoprire qualsiasi cosa. Diventa un’operazione segreta di spionaggio, verso qualcuno, che probabilmente si lava i denti tranquillamente, lontano anni luce dall’improbabile pensiero che qualcuno stia spiando ogni suo movimento. Spero non sia violazione di privacy altrimenti sto automaticamente confessando il mio reo notturno. A noi donne vengono sempre abbinate grandi quantità di mutande da lavare, camicie da stirare e calzini da appaiare. In realtà, una tra le nostre più grandi passioni è quella di scoprire, vedere, spiare, monitorare chi si è “comodamente seduto nel nostro cuore” al limite, appunto, del legale. Chiamatelo spionaggio, chiamatela ossessione, chiamatela come più vi piace. E’ una prerogativa femminile, un tratto comune a tutte noi amanti del romanzo rosa. Siamo così brave a sorvegliare ogni movimento che se fossimo davvero così astute dovremmo considerevolmente iniziare a pensare di farne non solo motivo di vanto, bensì possibilità di carriera. Nessuna di noi è mai stata scoperta. Abbiamo fatto da spalla, facendoci coinvolgere nel crimine amoroso, desiderando,però di uscirne completamente prive di macchia. Altre volte, il reato lo abbiamo commesso in prima persona. Questa sera, sono stata nel mio parcheggio preferito in attesa dell’anima gemella che, puntualmente, non si è presentata. Chiunque sia stato a consigliarmi di provare a cercare in un parcheggio, si è forse dimenticato di ricordarmi di avvisare l’amato in questione? Oppure era una riflessione atta a suggerire un tentativo valido in modo onniscente e quindi applicabile ad ogni parcheggio? Sappiate che non ho alcuna intenzione di pagare ogni parcheggio della città in attesa che si mostri a me questo presunto fico ingiacchettato. Vorrei chiedervi, quindi, di consigliarmi un parcheggio più preciso, grazie. Ad ogni modo, il tentativo, anche oggi è stato fatto. Mi sono tirata a lucido come poche volte aspettando Godot in un parcheggio senza luce. L’unica cosa che sono riuscita ad intravedere per ore è stata la luce di una cappa dimenticata accesa. Sono tornata nel mio letto ordinato con la sola certezza che chiunque avesse lasciato accesa quella lucetta sulla cappa, avesse mangiato patate a quadratini o polpette vegetali. Per il resto nessun movimento. Nessuna macchina in arrivo. Nessuna tapparella alzata. Nessuno che guardasse da una finestra e che mi lanciasse la treccia come Raperonzolo. Se così fosse avrei un problema sessuale non indifferente. Il nulla cosmico. Io questa sera posso dire di aver contribuito alla ricerca dell’anima gemella senza alcun risultato concreto. Dormirò serena consapevole di aver trascorso una grande serata di merda in ottima compagnia di una spalla che, non si tirerebbe mai indietro. Ho aspettato per ore che arrivasse un principe azzurro sul cavallo bianco chiedendomi la mano in un parcheggio. Ho visto solo troppe macchine parcheggiate, forse hanno avuto anche loro la medesima idea? E’ forse questo lo scopo dei meeting nei parcheggi? Quello di ritrovarsi magicamente tutti insieme per ricreare un’orgia continentale? Siamo ben lontani dal concetto di amore di coppia. Anche se l’idea dell’orgia, a questo punto della serata non è poi così male. Nel mio parcheggio preferito non vi era praticamente nessuno spazio dove poter infilarsi comodamente in attesa di qualcosa che non è arrivato. Ho parcheggiato pure in divieto di sosta e se avessero predetto la mia serata qualche ora prima avrei sicuramente accettato la multa ancora prima che potesse giungere la sanzione. E’ una questione di prevenzione. Ho contato le macchine passare per quella strada, non è vero, ma erano tante e tutte di corsa. Su quella strada dovrebbero certamente inserire dei dossi artificiali. Ho notato solamente la piccola luce lasciata accesa in cucina, indice inconfutabile di patate a quadratini. Questa sera la raccolta differenziata prevedeva inoltre che si esponessero al mondo intero i milioni di fogli inutilizzati sui quali la gente scrive idiozie o proposte di matrimonio. Avrei voluto, come un barbone, rovistare tra le cianfrusaglie che attendevano la sentenza di morte da parte dell’operatore ecologico, solo per poter avere un attimo di pace nello scoprire, indagando, che in quel mucchio di fogli e riviste del supermercato, non ci fossero i miei sentimenti. Mi sono trattenuta solamente per timore che il barbone vero potesse lontanamante pensare di avere un nuovo concorrente. L’operatore ecologico ritira il suo pacco, la mia anima gemella, per essere coerente, mi tira un bidone. Dopo qualche ora mi sono arresa e ho cambiato postazione. Sono tornata con lo stesso entusiasmo di una bambina sull’altalena a verificare a fine nottata che la lucetta dimenticata fosse ancora accesa. Era spenta. La mia anima gemella era già passata ed io puntualmente mi ero presa una pausa dall’osservazione continuativa di una tapparella lasciata a metà. Un grande peccato. Una grande sfiga. Me ne sono tornata a casa. Nel tragitto verso la mia triste dimora per radio passavano Flashdance. Mi sono sentita una ballerina che volteggiava con una veste bianca sulla cima più alta del mondo. Ho cantato allegramente senza badare al fatto che fosse notte fonda. Insomma, questa sera posso dire, di aver fatto la mia seppur poca ed insufficiente parte.

Chiudo con una massima che dovrebbe incitare le donne a sviluppare il grandissimo potenziale che racchiudono e rinchiudono dentro al petto (l’arte dello spionaggio):

più mutande sporche e meno segreti.

Questo, alla fine, è quello che meglio sappiamo fare: attendere invano qualcosa o qualcuno che non arriverà, solo per il gusto di sentire ancora il cuore che batte forte come una motocicletta.

1000 cc di cilindrata.

Chissà se Godot arriverà mai, prima o poi.

 

 

 

 

 

 

Educazione alimentare

Ci risiamo. Anche stasera nella stessa posizione degli altri giorni, gambe incrociate su un letto troppo ordinato (oggi è stato il giorno delle pulizie, ci tengo a puntualizzare che non le ho fatte io), un foglio/schermo bianco da riempire e qualche suono che anestetizza i pensieri. Stasera non scrivo perché sono ispirata ma perché sono fermamente convinta qualcuno mi ascolti in rigoroso silenzio. Non sempre si devono fare le cose in virtù del principio di giustizia o spontaneità, l’importante, molte volte, è farlo per qualcosa, per qualcuno. Il resto verrà da sé, senza molti sforzi decisamente innaturali. Molte volte mi convinco di avere la passione per la cucina, non appena mi metto ai fornelli ritiro tutte le buone intenzioni. Amo cucinare, qui lo dico e qui lo nego.

E’ decisamente rilassante, però, saper di poter cucinare per qualcuno.

Diventa allora una fatica estremamente piacevole. Talmente piacevole da ingannare il cervello al punto di convincerlo di amare l’arte cul-inaria. Credo, in tutta questa vita, poca o tanta che sia, di aver fatto più cose per qualcuno che per me. Belle e brutte. Potrebbe nel primo caso essere considerato un gesto eccezionalmente amorevole, nel secondo caso, un’azione tremendamente egoistica. Penso sia una caratteristica fondante della mia persona, a vantaggio, o discapito, sempre di altri, per fortuna o purtroppo. Potrei giocare con gli opposti per tutte le pagine che riesce a contenere questa piattaforma, rischierei di diventare una palla mortale. Volgarmente veniamo chiamati “scassacazzo”.

Questa sera, vorrei proporvi una riflessione che ho maturato nel corso della giornata trascorsa al lavoro. Potreste pensare, giustamente, che il mio lavoro sia quello di pensare, ebbene signore e signori vi svelerò un segreto: l’anima femminile è multitasking. Riesce a pensare, mangiare, dormire, lavorare, amare, cucinare, stirare, lavare, cantare tutto quanto contemporaneamente. Non ho ben capito per quale strana ragione si debba fare così tanta fatica, ma è l’onore o l’onere che ci è stato concesso o affibbiato. Dipende sempre dai punti di vista. Vorrei aprire una parentesi sui punti di vista ma magari un’altra sera. Oggi ho una sorpresa che interesserà soprattutto le portatrici sane di progesterone. Questa sera vi parlerò di buone abitudini alimentari. Qualcuno, una volta, mi insegnò la sottile ma fondamentale differenza tra alimentarsi e nutrirsi. Parleremo piuttosto di nutrizione sentimentale. Avete mai provato a considerare quanti e quali effetti benefici possa avere la famosa “pena d’amore” sul corpo umano? Le ripercussioni sono fantasticamente sublimi. Esiste un principio sconosciuto relazionato alla sofferenza del cuore che è direttamente proporzionale alla perdita di peso. Più si soffre d’ansia, non solo da prestazione, più il corpo decide (arbitrariamente) che è tempo di fare la dieta. Puoi mangiare come un cinghiale, o mangiare un cinghiale, non c’è niente che tu possa fare. Tanto più pesa il fardello amoroso tanto più la bilancia conta a ritroso. Quando sono triste al limite della depressione e soffro inconsciamente, esiste solo una soluzione che mi riporti anche solo per un effimero istante la sensazione di grande felicità: guardare la bilancia. Scopri che non sono più 57 i chilogrammi, ma 54. La musica si accende, Santana suona “Samba pa ti” con le luci soffuse, la stanza si colora di rosso porpora e ti innamori ancora una volta dello strumento tanto odiato che avrebbe dovuto ottemperare al suo diktat biologico ogni famoso “lunedì della settimana”. Ragazzi, quello sì che è un momento magico. Ricordo ancora quando esattamente 10 giorni fa pesavo 54 chili. Ricordo quel momento come fosse ieri, come fosse stata un’emozione ineguagliabile, un traguardo irraggiungibile, dopo anni di sacrifici e rinunce al cioccolatino che non ha mai potuto fare, in fondo, così tanto male. Bastava davvero così poco? Minchia, averlo saputo prima…. ritiro tutto. Ritiro tutto perché oggi, sulla bilancia non ci salgo. Quando la dentatura si mostra orgogliosa in virtù della dieta finalmente riuscita, automaticamente si inverte il processo. Insomma, da quel momento, mangiare un cinghiale non fa più dimagrire. Quello è il momento della consapevolezza del dolore. Più lo assimili più ti nutri. Il famoso breaking point è stato raggiunto: sto soffrendo, da questo momento, purtroppo, la dieta dell’amore non funzionerà mai più. Le conseguenze diventano disastrose. Le speranze disilluse. I pantaloni di 13 anni prima rimandati a fanculo. Riprendi non solo i 3 chili, 3 chili e mezzo per la precisione, ma sono abbastanza umile. Ad ogni modo, non ne ripigli solamente 3, ma 4, 5,6 e così via. Ti chiedi che cazzo sta succedendo e ti autoimponi di tornare in ansia. Non funziona più. Svanisce il magico sogno di assomigliare alla Canalis. Per un attimo soltanto ci hai creduto. Solo per un attimo. L’attimo dopo già pensavi alla torta sacher. Questo è il paradosso più grande che esista. Consapevolezza significa aumento di peso o ritorno all’equilibrio. Non è una puttanata, lo giuro. In dieci giorni ho perso 3 chili e presi 4. Non credo di aver concluso il migliore affare della mia vita. Per qualche giorno, posso dire però di aver visto il risultato. Poi, la solita palla dell’equilibrio. Mai che si possa rimanere in bilico per sempre. Mi piacerebbe, forse (?), camminare appesa ad un filo sottile tanto quanto quello che si usa per fare il punto croce. Nonna mi ha insegnato anche a fare l’uncinetto, solo che mi faceva sentire un po’ fuori tempo e fuori luogo costruire magnifici maglioncini che facevano schifo al cazzo. Tutto questo per dire che l’amore è un’ottima dieta fino a quando non si sa per cosa si soffre. Non appena scatta la molla dell’autocoscienza ecco che il meccanismo non solo non funziona più, bensì s’inverte. Aumenta l’equilibrio e diminuiscono le possibilità d’accesso ai concorsi di bellezza. Ritorna la passione verso la cioccolata al latte 100% grassi saturi insaturi e tutti quegli stronzi che sono sempre allontanati come il tifo dalle dolci pulzelle.

Alla fine della fiera, è bene rimanere al proprio posto.

Non solo a tavola, ma in tutte le cose. Questo è l’unico consiglio che mi sento di dare alle persone, perché è l’unico punto definitivo che ho maturato nella confusione. La verità, molto spesso, in molti casi, è che si stava meglio quando si stava peggio. Quindi, chi può ancora farlo, se ne stia al suo cazzo di posto. Non si perde peso, certo, ma nemmeno si acquisisce. Non cercate il brivido continuo del mutamento, alla fine, si rivelerà solo un ammasso di lipidi in eccesso. Se vi sentite bene, sereni, tranquilli dove state, è il momento buono per rimanerci. Smettiamola con la cretinata dell’abitudine, che quando è positiva, mantiene il peso e l’umore costanti.

 

In verità, in verità io vi dico …..

Ho capito che 57 chili sono peggio che 54

………Ma certamente meglio di 58.

Fate bene i vostri conti prima di scegliere la sofferenza, o la dieta.

Chiamatela come vi pare.

 

Il pacco regalo

 

img_7323Anche questa sera siamo collegati ad uno schermo che ti connette con un mondo immaginario. Questa notte non vi parlerò di sentimento. O meglio, se lo farò, e vi assicuro che sarà in modo completamente incosciente, non avrà di certo il modo nostalgico e drammatico delle volte precedenti. Su questo non ci piove. E se ci piove, beh io ho un super ombrello. Uno di quelli che usano le signore con i guanti di raso per ripararsi dal sole. Solo che la mia è la versione industriale, perché se stasera piove, non piove soltanto, diluvia. Questa sera cercherò d’innescare la bomba immaginativa che ognuno di noi porta latente ogni giorno nella propria saccoccia con la miccia semi accesa. Insomma, questa sera ho ricevuto un regalo. A dir la verità, anche se la verità come detto nelle premesse è qualcosa di molto relativo in un posto dove si leggono solo parole, il “regalo” l’ho ricevuto qualche giorno fa. Lo apro oggi. Vi chiederete quale mente beota aspetta di aprire un regalo inaspettato lasciando che il tempo trascorra inesorabilmente. Magari, potreste pensare, in quell’enorme pacco di carta marrone cacca c’è un biglietto con scadenza immediata come il formaggio di pecora che andava utilizzato ieri. L’ho aperto oggi. Anzi, lo devo ancora aprire. Peccato per il formaggio, ho una gatta che apprezzerà il dono e meno la gastrite post mangiata. Non l’ho ancora “scartato” ma se mi chiedete la motivazione di questo procrastinare ancora non la so. La solita esitazione ed indecisione tipica dell’essere o tipica dell’essere Virginia. Di questo pacco mi sono fatta le storie più assurde. Nemmeno il più strafatto di acidi vari potrebbe lontanamente creare con la mente il mostro magnifico che ho inserito in una scatola senza confezione. La scatola non è grande, sicuramente dentro non ci può essere il male. Può esserci però un pezzetto di mare. Magari un’onda, una barca, una stella marina, un pesce palla con il quale giocare a pallavolo. Non si gioca a pallavolo col pesce palla, vero? Beh nella scatola si può tutto quanto. Si può perfino saltare su un rinoceronte. Ho paura di scartarlo per scoprire che dentro ci siano le cose che ho sempre voluto ed avuto. Sarebbe estremamente triste e davvero poco “effetto sorpresa” indagare e notare che dentro ci sono cose che hai immaginato mille volte. Svanirebbe la magia del pacchetto, che di per sé, fa schifo al cazzo. Chiunque sia il mittente ha davvero un pessimo gusto. Spero almeno non si possa dire lo stesso del contenuto. Penso che la cosa più bella che potrei trovare all’interno sia il niente. Potrei infilarci questa abnorme testa di minchia e saltellare per la casa facendo finta di essere uno scudiero. Sancho Panza per l’esattezza. Se fosse vuoto, beh, mi cimenterei subito nella costruzione di una spada di cartapesta, per non ferire, ma per rendere l’idea. Una spada di cartapesta non ferisce, ma sicuramente incute al nemico la stessa e tremenda sensazione di terrore di una spada d’acciaio inossidabile. Non è affatto importante sembrare una rimbambita cronica. Se fosse vuoto potrei perfino urlarci dentro e riempirlo di odio, rabbia, tristezza, o racconterei una barzelletta sui carabinieri. Sto tentando di ricordarne una che sono certa al tempo mi fece ridere a crepapelle, ora però ricordo solo che è divertente. Non ve la so raccontare, ma non allarmatevi, non appena la mente farà riemergere la sana comicità condividerò con voi il momento d’idiozia. Se fosse vuoto potrei avvicinarlo all’orecchio come fosse una conchiglia ed ascoltare il silenzio. Dal silenzio sentire il mare. Immaginare di essere una sirena e cantare la canzone dei bonghi con l’amico luccio, illustre re del blues. Oppure con il nasello al violoncello, con la sardina all’ocarina. No ragazzi, non è vuoto. L’ho appena preso in mano e sento che qualcosa si muove. Ahimè, niente silenzio, nemmeno oggi. Per ora solamente rumore. Qualcosa si muove. Non pesa molto e sembra instabile. Potrebbe essere tutto e niente. Potrebbe contenere le istruzioni per costruire un albergo in miniatura, uno di quelli con la terrazza sul mare. O potrebbe, forse, contenere un sacco di strumenti per preparare una torta, una di quelle che sai fare bene e che non prepari mai per il solito motivo che non ti sai dare ancora una volta. Ho paura di scartare il mistero dei templari e scoprire che dentro ci sono solo cose già viste, già sentite, già vissute. Cose che quando vidi la prima volta pensai che fossero le più fiche del mondo. Alla seconda volta avevano già perso la magia della prima volta. Un po’ come quando fai sesso per la prima volta. Alla seconda già vorresti recuperare la verginità e baratteresti tutti i soldi del conto corrente, per ora, non sono molti e potrei pure permettermelo, per riacquistare l’emozione della novità e spendere decisamente meglio i soldi e magari anche l’occasione. Comunque, chi mi dice che dentro questa scatola, invece, non ci sia una pianta di fichi? Magari è una di quelle compresse, al giorno d’oggi ci si comprime il cervello senza troppa fatica, sicuramente qualcuno avrà inventato anche il modo di rimpicciolire al limite dell’inverosimile una pianta da frutto. Se c’è una pianta di fico ringrazio il mittente, che ad ora, rimane nell’anonimato. Apprezzerei molto di più, invece, se ci fossero 24000 lamponi. Niente baci, Celentano ha un po’ rotto i coglioni. Se ci fossero lamponi inizierei a lanciarli per aria come un giocoliere tentando di centrarmi le fauci con lanci olimpici che rimbalzano sul soffitto facendo incazzare sicuramente mia madre. Un soffitto a pois, è una grande novità. Niente, anche Mina stasera dovrebbe sparire. Con la sfiga che ultimamente sento di avere al primo lancio e centro perfetto mi soffocherei senza poter fare marcia indietro. Una via verso il non ritorno. Un lampone dritto dritto nella trachea. RIP. Sarebbe una morte tragicomica. Che superficata, chi non spera di morire così? Nessuno, ok…….. E se dentro ci fosse una valanga di cazzate? Bianche. Perché sono bugie buone. Esistono queste famose bugie bianche? O erano le voci? O le mosche? Non ho mai capito perché le persone rare e gentili possono essere considerate mosche bianche e le bugie buone sono solo bugie. Questa è una vera discriminazione. Diamo un colore alla bugia. Non proponete però il solito giallo limone il verde invidia o il nero funerale. Questo non è un lutto. Sono bugie buone, ammesso che esistano nella coscienza di una persona troppo categorica che classifica le bugie come bugie e basta. Se fossero bugie e solo bugie non avrebbero colore, non si potrebbero vedere, sentire, annusare, toccare. Invece, ahimè, tutti degustiamo l’ebbrezza di una bugia, detta o ricevuta. Quindi sono assolutamente certa e fermamente convinta che le bugie abbiano una gradazione. Per quanto mi riguarda potete anche attribuire loro il color marrone merda, non mi si dica però che sono solo bugie. Torniamo al pacco. E se dentro ci fosse un arto segato a metà immerso nel suo sangue? Come reagireste? Potrebbe essere una terribile ammonizione oppure il gesto di qualcuno che per te, davvero, rinuncerebbe ad un braccio, ad una gamba, a qualcosa che lo qualifica come bipede, o semplicemente come essere umano. Apprezzerei poco un dito, ma se fosse il dito medio apprezzerei la simpatia. Potrebbe contenere un viaggio e la scatola gigantesca è solamente un antico trucchetto induista per deviare la mente ed indirizzarla ad immaginare ciò che il mittente vuole. Qui, ripropongo l’alternativa della pianta di fico, compressa. Se invece ci fosse l’anima gemella? Un super fico biondo, occhi blu, muscoloso, intelligente, simpatico, affabile, gentile, buono d’animo, amorevole……..dov’eravamo rimasti? Scartiamo l’ipotesi della metà della prugna che anche qui fa un po’ cacare. Se trovassi invece un cuscino ortopedico? Il mittente avrebbe sicuramente pensato al mio benessere vertebrale ma dubito che debba davvero preoccuparsi per me. Se ci fosse un cuscino ortopedico gli consiglierei vivamente di tenerselo. E se ci fossero i racconti che verranno? Se ci fosse un’anteprima del futuro? Non voglio nemmeno considerare quest’ipotesi. Non lo aprirei mai. Lo butterei in discarica. Non è una metafora. Nessuno vuole sfidare l’ignoto. O rovinarsi la sorpresa più grande che è la vita. Se ci fosse il profumo di casa? Farebbe rumore? Probabilmente no, ma se la mente da forma ad ogni astrazione, allora è anche vero, ed ammesso pensare che il profumo di casa abbia un rumore. Ecco perché il pacco non pesa molto, ma sembra che pesi come un elefante gravido. Il profumo di casa è una gigantografia da appendere alla parete della stanza preferita. Quando lo senti ti senti estremamente bene, sereno, privo da preoccupazioni, assapori la flagranza di polpette di lino e ti abbufferesti di patate a quadratini. Penso sempre  a mangiare, se dovessi scegliere di esaudire un desiderio, credo che vorrei ardentemente che il mondo intero fosse commestibile, mangiarlo senza indigestioni e berci dietro un Montenegro. Con ghiaccio. Chissà, magari dentro ci sono solamente degli abiti. Non vestiti. Abiti. I vestiti sono quelli che si indossano tutti i giorni, gli abiti si mettono per le occasioni speciali, con lo scopo di sentirsi dire qualche complimento decisamente obbligatorio, scontato ma meritato, date le ore di preparazione in attesa della sentenza. Nada, t’ingrassa. Chi è fatto ad anfora ha un problema molto grave con la sua esistenza. Vi chiederete che cazzo di forma ha una persona fatta ad anfora, beh molto semplice una forma di merda. Vi basti sapere questo. Per il resto lascio spazio alla vostra immaginazione. E se dentro ci fosse una canzone? Quale canzone vorrei che fosse? Non lo so, ora ne ho in mente così tante da non riuscire a pensarne nessuna. Probabilmente vorrei quella, il cui ritornello fa così e sarebbe un ossimoro della stessa canzone: ” E ridendo ti parlo di me, dell’amore…… poche parole…..con te che sai comprendere quel male che fa pensare che io somiglio a te…..”. E’ stato solo un attimo. Lo giuro. Una ricaduta momentanea nell’abisso dei sentimenti. Torno a galla. Pausa. Necessito di una sigaretta, risalire in superficie è stato faticoso, time out. Mi rimane una sigaretta, devo razionarla nel migliore dei modi altrimenti mi tocca uscire in pigiama e fare 300 metri. No scusate, non sentite un po’ di pena verso quest’ipotetico sforzo sovrumano? Ho l’impressione che dentro a quella scatola ci siano solo speranze, quelle che nemmeno tu conosci, ma che forse, in fondo al tuo cuore già hai provato. Se dovessero essere speranze quelle che schioccano con tanta veemenza, dovrei assolutamente comprare una cassaforte. Se qualcuno me le rubasse potrei morire senz’accorgermene. Speriamo che non siano illusioni, mi hanno già fatto troppi regali di questo genere, le appoggerei semplicemente accanto ad una valanga di profumi mai usati. Smettiamola con la baggianata dei profumi per ovviare alla vergogna di presentarsi senza regalo. Regalare un profumo equivale a dire:”Non mi interessi, fai schifo al cazzo, ecco il tuo regalo, ho pure speso troppi soldi”.

“Che bel regalo, grazie, non dovevi disturbarti.”

Una doppia bugia, no, questa non è affatto bianca. Questa è una bugia color letame.

Voglio pensare che in quella scatola ci sia un pensiero, un pensiero bello, che senti piano, prima di dormire e poi più forte come un giardiniere che taglia la siepe la domenica mattina. Per ora non mi è mai capitato ma, data la sfiga, domenica il vicino di casa si sentirà magicamente un grandissimo pollice verde. Su per il culo. Grazie.

Ora mi brucio l’ultima Marlboro.

Non aprirò nemmeno stasera questo pacchetto.

Alla fine credo mi generi più paura che curiosità.

La paura è pur sempre un’emozione. Stasera, però, voglio che da me se ne stia ben lontana.

Se dovesse bussare alla mia porta questa notte, nessuno di voi tema, ho un’infallibile spada di cartapesta.

Buona fumata.

Libera nos a malo

Questa sera per esternare tutto quello che sta per esplodere in modo imminente dovrei ingerire un vocabolario intero, compresi sinonimi e contrari, e risputarlo senza molte esitazioni sulla tastiera. Proverò a farne a meno, vediamo di che cacata sono fatte le emozioni. Ci sono stati triliardi di scienziati che hanno tentato di intuire di che sostanza sono fatti i sogni. Da questo dilemma freudiano ne sono scaturiti altri milioni, di gente comune, che ha provato a classificare banalmente il sentimento, o a carpire il famoso rumore della felicità. Sono state fatte addirittura canzoni e liriche che trattavano con intenso romanticismo l’argomento in questione. Io credo, e lo dimostrerò scrivendo giustamente un altrettanto noioso trattato sul famoso cuore che batte per qualcuno, che molte volte sia necessario ed obbligatorio un fastidioso e pacifico silenzio per poter cogliere sensorialmente il tanto discusso ed incompreso suono dell’amore.

Vi racconterò una tra le esperienze più care che conservo nel cassetto della scrivania. La curo con la stessa premura con cui si cura una vecchia fotografia o un ricordo che sbiadisce piano piano nella mente. Quando, 4 anni fa, decisi di conoscere e scoprire con maggior dedizione il cammino della fede arrivai alla tremenda conclusione che tutto ciò che ti insegnavano a catechismo era un’emerita puttanata. Ti inculcano preconcetti culturali rivolti al perdono senza spiegare quanto questo sia estremamente complesso da raggiungere. Perdonare gli altri e pordonare se stessi dai propri errori dovrebbe essere considerata un’impresa titanica pari come minimo allo sforzo che fece Ulisse per tornare alla sua amata Itaca o a quello di un sopravissuto all’Olocausto che abbraccia senza barriere il suo aguzzino nazista o ancora, allo sforzo che potrebbe fare un monaco buddista tibetano che bacia la mano di un repressore cinese. Il perdono è la scelta libera di estinguere il debito riguardante un torto subito o commesso. E’ l’arbitraria decisione priva di vincoli che ci spinge ad eliminare il rancore che dimora nella nostra mente. Perdonare se stessi e gli altri non è affatto facile. Chi riesce a farlo ha un indubbio vantaggio competitivo rispetto alla comune massa di mortali inermi e privi d’intelligenza minima che agirebbe in virtù del principio di vendetta, comunemente chiamato anche legge del taglione. Il perdono è un’autoprescrizione medica. Io scelgo di perdonarmi. Scelgo quindi di accettare gli errori costitutivi del genere umano per poter avere la possibilità di guarire. Mi guardo allo specchio e riconosco i miei difetti. In fondo, non sono poi così male. Anzi, non sono affatto male. Credo che questo processo di cura dell’io sia sinonimo di amare. Perdono è amore. Nessuno dei due è facile da gestire, da raggiungere, da accettare, talvolta anche da giustificare. Il perdono però non è giustificazione. E’ accettazione di qualcosa che ahimè, è andato nel modo sbagliato. Può succedere. La vita ci ripresenterà ogni volta le stesse situazioni come un revival di momenti che sembrano continuamente dejavu riproposti in chiave moderna. Fino a quando non sapremo superarli. Lì sarà il momento della rivincita. In quel momento esatto apparirà ai nostri occhi lo stesso episodio di sempre, con la sola differenza che non sarà più classificabile come problema in quanto avremo la soluzione. Se esiste la soluzione non esiste il problema, ed è altrettanto vero che se non esiste soluzione non esiste problema. Perdonare se stessi è il modo che ognuno di noi ha per allegerire di giorno in giorno lo zaino, o fardello, chiamatelo come volete, che ci portiamo con fatica sulle spalle e che, prima o poi, ci provocherà una bella ernia del disco. La famosa patologia dei musicisti incalliti. Mamma che schifo di battuta. Stasera non sono in vena di scherzare, potrei proferire solamente qualche volgarità per risultare meno petulante e più simpatica ma ricadrei senz’ombra di dubbio nello stesso cattivo gusto che avrebbe un affasciante uomo di 42 anni nello scegliere una latente cicciona di 23 in balia di crisi ormonali non dovute all’età, quindi patologiche. Ho maturato una visione anticonvenzionale dell’amarsi e del perdonarsi. L’unico anticoncezionale davvero efficace contro le gravidanze indesiderate, sconsigliate e temute di dispiaceri che crescono e si sviluppano per molto più di nove mesi, è l’autosufficienza. Più mi perdono, mi realizzo, sono motivo d’orgoglio (moderato eh) di me stessa, tanto più riuscirò a non sentire nemmeno il benché minimo bisogno che le altre persone mi apprezzino per forza. Più mi voglio bene più non avrò bisogno di altro. Non sentirò più la necessità di essere compiaciuta, coinvolta, e necessariamente accettata. Mi guarderò allo specchio e sarò estremamente felice di quello che sono. Uno stato di effimera e stabile serenità interiore che mi permette di rapportarmi con il mondo che mi circonda senza aver bisogno di continue approvazioni. Questa è la base da cui partire. Il rapporto ad uno. Questa è la casella “Start”. Il resto già lo immaginate, se volete, però, ve lo riassumo in qualche breve paragrafo. Sceglieremo la persona che sentiamo di amare, in funzione del sentimento e non di un sentimento. Sapremo in questo modo che non ci sarà uno scadenziario da dover aggiornare perché non esisterà termine temporale all’amore che sentiamo liberamente di dare. Verrà tutto in modo spontaneo. La presenza della nostra metà della prugna, terminolgia dettagliatamente spiegata qualche centinaio di parole fa, diventerà il nostro PLUS ULTRA. Non sarà il motivo della nostra felicità, ma qualcosa che la rende una felicità migliore. Vincolarci a qualcuno per il semplice fatto che ci rende felici non ci rende innamorati all’ennesima potenza ma ossessionati dalla presenza dell’altra persona. L’amore, forse, e lo dico da principiante in erba, è lontano anni luce da questo. Forse è qualcosa che semplicemente aggiunge e non sottrae, qualcosa che migliora e non qualifica. Il resto è dipendenza ed andrebbe trattato con la stessa terapia con cui si curano i drogati in un centro sociale. Questa sera non credo di poter fare più di così, sono reduce da un risotto al tastasal e vi basti sapere che sono una convinta vegetariana non per vocazione ma per gusto personale. Non mi aggrada molto l’idea di mangiarmi la capretta che allegramente pascola nell’erba incappando, di tanto in tanto, in qualche merda di vacca. La sua è una vita senza molti quesiti amletici, non ha senso che muoia a priori. Non accetto la cazzata della catena alimentare, della legge di Darwin o altre idiozie da beoti che hanno riciclato queste dicerie da qualcuno che ne sapeva più di loro, e poco bastava. Voi continuate a mangiare ciò che più vi piace. Io il risotto l’ho mangiato davvero mal volentieri. Ero con un’amica abbastanza cretina che si focalizzò tutta la sera su una liquirizia molliccia ricevuta come pegno d’amore dall’amore platonico della sua vita. Un disastro o una serata di merda? A voi l’ardua sentenza.

 

Vorrei parlare d’amore, oggi. Più di così non riesco a fare. Le parole mi sono state sottratte e molte volte è giusto ricambiare con un tonante silenzio che dice semplicemente “ANCH’IO!!!!!!!!!!!!!”. Fate finta, però, che nessuno abbia urlato. In campagna non passa nemmeno una macchina per la strada, è la serata perfetta per assaporare il dolcissimo gusto di pensieri muti che vorrebbero parlare, baciare, toccare, dormire. La tutela del silenzio e della pace.

Avrei voglia di cantare una canzone, allegra però, che parli di me:

“C’è chi invece è come topolino, carino intelligente e simpatico alla gente”.

Buonanotte suonatori, o sognatori. Così è, se vi pare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Magnifiche chimere

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In questi giorni sono completamente fuori asse. Da qualche giorno sto riflettendo, nonostante le circostanze esterne non mi concedano particolari momenti di solitudine produttiva, sulla capacità delle persone di attuare il principio della sufficienza.

Quando avviene veramente e davvero il momento in cui una persona, singola, sola, in compagnia di se stessa, può dire realmente di bastarsi?

Mi spiego più chiaramente tentando di parlare come mangio. Certo che se Feuerbach era davvero convinto della stronzata mondiale che lo ha eretto a paladino della salute e successivamente del sentimento siamo messi proprio male. Se non ricordo male lui era uno di quei filosofi rimbambiti che sosteneva la teoria del “Siamo quello che mangiamo”. Sostanzialmente una boiata che ha portato miliardi di persone a credersi nutrizionisti di fama continentale e altrettanti miliardi di individui a riflettere questa idiozia cosmica sulla sfera sentimentale. Io sono una di quelle persone bravissime a consigliare agli altri di evitare i carboidrati, e mi ingozzo di pasta coi fagioli nella pausa pranzo. Se fossi quello che mangio sarei una merda di cavallo. Uso come termine di paragone il cavallo perché so che le sue deiezioni hanno una certa importanza dal punto di vista quantitativo. Una valanga di merda. Ad ogni modo, riavvolgiamo il nastro e non perdiamo (perdo) il filo logico del discorso, altrimenti rischio di scrivere un blog romanzato se continuo ad incappare sulle innumerevoli digressioni filosofiche di grandissimi sapienti della minchia.

Quand’è il momento in cui una persona sente di bastarsi? Lo chiedo perché io amo la compagnia. Il due mi completa e soddisfa. Da sola mi sento bene, certo, ma non tanto quanto il due. Two gust is megl che one. Io la vedo così. Mi sono innamorata, o meglio, ho creduto di esserlo, per tutti gli anni che ho vissuto. Anzi, rettifico a parole impostate, ho creduto di essere innamorata dal momento in cui ho maturato la comprensione del sentimento. Il sistema empatico ha iniziato verso la pubertà a rompere i coglioni e da bravo individuo di genere femminile ho sempre ipotizzato di amare a più non posso chi mi stesse vicino. Ora, con il senno di poi, comprendo che molte volte, è stata solamente una bellissima chimera. Una di quelle con il fiocco rosa, che se le regali, il festeggiato esita a scartare per paura di rovinare la confezione. Dentro al pacchetto sigillato dal timbro reale dell’amore c’era una montagna di menzogne colossali condite dalla giusta dose d’illusione e romanticismo, prerogativa, ahimè, femminile. Molte volte, però, ho sempre creduto di amare davvero. Mi sono sposata una trentina di volte durante la mia vita. Ogni volta con una persona diversa. Ora, la maggior parte di quelle persone è sposata davvero, e non con me. Cosa spinge l’individuo innamorato a creare continue aspettative verso la propria “metà della mela” (scusate il luogo comune inflazionato) e verso se stesso?

E’ davvero il sentimento che spinge l’individuo a dire parole che, le avesse sapute dire Romeo, altroché “Giulietta è il sole”…….. Con tutte le cose che si possono dire di e per una donna, paragonarla al sole credo sia una tra le preferite dai maschietti. Se il sole fosse davvero tutte le donne che si dicono, starebbero sicuramente progettando un viaggio spaziale dove poter trasferire mezzo genere maschile alla ricerca ossessiva della Vagina senza la benché minima possibilità di rimanere ustionati. Gli ottici venderebbero una caterba di occhiali con lenti protettive dai Raggi UV.

E quando il sentimento si rivela tutt’altro da ciò che si pensava o sperava fosse? Valgono ancora le dozzine di parole spese nel tentativo di ipnotizzare l’altra persona? Più penso alla questione della “metà della mela” più mi ripeto che “una mela al giorno toglie il medico di torno”. Credo che sta storia della mela sia sfuggita di mano a tutti. Potremmo parlare di metà della prugna, che tra i suoi effetti più rinomati, ha quello di essere un eccezionale lassativo. E’ la metafora perfetta per parlare dell’amore di coppia. Se a dosi sbagliate, diventa una vera cagata.

Tanto più ci si impegna nel convincere l’altro dei propri sentimenti viscerali tanto più ci e gli si crea aspettative che diventano illusioni, poi fobie, e nel momento della crepa delusioni. Allora mi chiedo, ha davvero tutto questo senso lasciarsi trasportare dal turbine delle emozioni che ti permette di alimentare enormi speranze che nella maggior parte dei casi verranno disilluse? L’unica alternativa esistente ed ammessa è il cinismo? Esiste un modo per razionalizzare il sentimento, ponderarlo e misurarlo come quando prepari le lasagne e stai bene attento a quanta panna liquida inserire per realizzare una buona besciamella? In ogni mia relazione ho sempre fatto credere all’altro di essere l’uomo della mia vita. Quando solitamente io mi accorgevo che era lontano anni luce anche solo dalla sufficienza, crollava il palazzo sul quale avevo costruito la favola magica del mio mini pony. Le conseguenze sono state catastrofiche tanto quanto una guerra punica, scegliete voi quale, ricordo che ce ne sono state un paio, tutte particolarmente violente. Ciò che si scatena è la demolizione di ogni certezza costituita principalmente da parole che di per sé, come ho spiegato qualche papiro fa, hanno poca sostanza e troppa astrazione. Più una persona si illude tanto più viene disillusa nel momento in cui cala il sipario. Allora il punto nevralgico della questione è il seguente:

quando le illusioni si possono creare, in virtù di una certezza che subito sembra effimera, ma poi diventerà realtà? E’ più giusto perseguire un’attitudine edonistica fomentando progetti di vita o tulare e tutelarsi al fine di non dover usare troppo collutorio per eliminare il retrogusto amaro di merda lasciato dalle parole che non hanno valore se non quello di essere portatrici di tumori, le cui metastasi, generano continui dispiaceri?

Non ho più voglia di scrivere. Pensavo che sfogare le paure neutralizzasse un PH la cui acidità supera la soglia consentita. Sicuramente non soffrirò stasera di dermatite seborroica. Questa è un’altra storia. Credo che me ne andrò in gelateria.

Lì, non so per quale strana ragione, mi sento sempre abbastanza felice.

 

In alto, nella foto, un chiaro esempio delle stronzate che si chiedono e dicono quando ci si lascia trasportare dal fatidico sentimento di questa minchia.

 

Anche questo è stato rispedito al mittente.